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Focus
2007: 1ª EDIZIONE
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2008: 2ª EDIZIONE
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2009: 3ª EDIZIONE
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2010: 4ª EDIZIONE
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I vincitori della seconda edizione del Premio
"Una vittoria dell'interdisciplinarietà"
Intervista realizzata da Luca Macario e Roberta Ferri ai vincitori Luca Fontanesi e Giovanna Calò
Reggio Emilia, maggio 2010
Incontriamo i due ricercatori nella cornice affascinante di Villa Levi, a Reggio Emilia, una dimora di campagna del ‘700 donata all’Università e destinata alla sede della sezione allevamenti zootecnici del Dipartimento di Protezione e Valorizzazione Agroalimentare dell’Università di Bologna. E’ una struttura destinata esclusivamente alla ricerca, che impegna una ventina di ricercatori distribuiti in tre laboratori. Quello dove lavora Luca Fontanesi è il laboratorio di genomica animale.
La dott.ssa Calò ci ha raggiunto per l’occasione, ma abitualmente lavora al Dipartimento di Scienze statistiche Paolo Fortunati dell’Università di Bologna, uno dei principali in Italia, con oltre 60 tra docenti e ricercatori. Con lei c’è il dott. Giuliano Galimberti, ricercatore del gruppo di lavoro di statistica che ha concorso per il Premio Montana.
Come si vince il premio Montana?
Questa è una bella domanda. Si parte dal considerare l’opportunità, quindi scatta il desiderio di volercela fare e si cerca allora di mettere in piedi le idee migliori, di fronte al “freddo” modulo dell’application. Ma, rispondendo più seriamente, direi che si vince con l’interdisciplinarietà, almeno nella nostra esperienza questo è stato il nostro punto di forza. Inoltre, riteniamo che si vince dimostrando che si può portare avanti effettivamente ciò che si propone, non solo sulla carta, arrivando a presentare un abbozzo di risultati in linea con quello che si propone.
Aggiungerei anche che ci vuole una piccola dose d’inconscienza, nel senso che ricerche importanti comportano anche il rischio di non avere sbocchi, sono studi “cutting edge”, nel senso che uno step non va, non si riesce più ad andare avanti; al contrario, se questo passo va bene, si può aprire il mondo, è una sfida che comporta anche un po’ di incoscienza da parte dei ricercatori, anche nelle modalità di adesione. E’ divertente ricordare le circostanze della domanda: ci siamo trovati un giorno in pizzeria e ci siamo buttati a capofitto lavorando giorno e notte. Chiaramente avevamo già avviato un’attività di ricerca, che era ancora a uno stadio embrionale, anche se l’idea era partita circa 4-5 mesi prima della consegna della domanda del Premio.
Voi avete vinto il premio nel 2008: da allora cosa è successo, come è progredita la vostra ricerca?
La ricerca è continuata sia sullo stesso filone che fu oggetto della premiazione, sia su filoni paralleli, e abbiamo raggiunto pienamente il nostro obiettivo, arrivando a dimostrare quella che era l’ipotesi di partenza. Abbiamo due studi in fase di pubblicazione. Devo dire che il Premio è stato uno stimolo essenziale per raggiungere questi risultati.
Questa linea di ricerca è una piccola parte del complesso di ricerche che portiamo avanti: è indubbio che il Premio abbia dato una spinta su tutti i fronti, soprattutto per quelle ricerche già in essere o che abbiamo in cantiere. Si tratta di ricerche simili a quella premiata e che si inseriscono nel nostro filone principale, cioè il miglioramento delle produzioni animali utilizzando molteplici attività e diversi approcci.
Fateci un esempio.
Una ricerca che sta procedendo bene riguarda l’obiettivo di utilizzare il suino come modello per studiare l’obesità dell’uomo, con un contenuto molto importante. Quindi il contributo del Premio ci ha dato sicuramente modo di completare quello che avevamo fatto, e in più aprire diversi scenari: è chiaro che molte porte si aprono “facendo” e siamo fiduciosi di raggiungere a brevi nuovi obiettivi importanti. C’è da aggiungere che la cosa importante per il gruppo di statistica è stata l’opportunità, grazie allo stimolo del Premio, per mettere in moto un contatto significativo che significa continuità nella nostra relazione di ricerca, in una prospettiva a lungo termine che rende sostenibile anche un investimento adeguato e un coinvolgimento di nuove risorse umane.
C’è da dire che siamo anche stati fortunati perché la ricerca che ha vinto il Premio Montana è stata la prima sulla quale hanno cominciato a lavorare insieme i due gruppi di lavoro, di statistica e di agraria. Da questa prima ricerca è nata l’altra citata sul tema dell’obesità dell’uomo e poi siamo insieme anche in altri progetti di ricerca che speriamo vengano presto finanziati!
Nella carne bovina è noto che da tempo si è implementato un sistema molto rigoroso sulla tracciabilità: ritenete che la vostra ricerca possa dare anche un contributo ad affinare i meccanismi di controllo per la sicurezza?
La nostra è una ricerca di base che tende alla ricerca applicata, per cui le applicazioni non saranno immediate, ma in futuro ci saranno certamente. Teniamo presente che la tracciabilità come è intesa adesso a nostro avviso lascia a desiderare.
Per quali motivi?
Perchè sotto la parola magica “tracciabilità” sono comprese molte attività non direttamente legate alla tracciabilità vera e propria: viene riversata una grande quantità di denaro in un sistema complesso, dove gli aspetti legati alla tracciabilità della carne sono poca cosa.
Il nostro campo specifico potrebbe proporre un nuovo approccio: più che di tracciabilità, sarebbe più opportuno parlare di autenticazione delle produzioni, con una visione completamente diversa. Parte dalla possibilità di vedere delle cose prima che il prodotto arrivi al consumatore. Con un approccio nuovo si potrebbe campionare la carne non solo subito dopo la macellazione, ma anche nei due giorni successivi, senza necessità di essere nel momento preciso in cui viene macellato l’animale. Si tratta quindi uno scenario totalmente diverso che apre prospettive molto interessanti.
Ritengo che affinare le tecniche della tracciabilità passando al concetto di autenticazione, sarebbe un vantaggio per tutti, sia per i produttori che per i consumatori.
Il sistema pubblico di controllo si è interessato alla vostra ricerca?
Forse siamo un po’ in anticipo, comunque dobbiamo anche impegnarci a spiegare bene i risultati che derivano da un processo completamente nuovo, è normale che ci siano resistenze da parte degli istituti zooprofilattici a percorrere nuove strade. Ma questo è un problema strutturale della ricerca di base.
Come valutate lo “stato” della ricerca nel vostro settore?
Nell’ambito delle produzioni animali in Italia non siamo all’altezza dei grandi centri di ricerca presenti storicamente in altri paesi, però abbiamo la fantasia e la voglia di lavorare e abbiamo anche una capacità di sintesi forse più acuta rispetto ad altri; questo ci permette di avere, nonostante finanziamenti oggettivamente più ridotti rispetto agli altri paesi, risultati allo stesso livello. Mi vien da dire che, se avessimo la stessa quantità di risorse, saremmo probabilmente i primi al mondo!
Quali sono i vostri modelli di riferimento, almeno a livello europeo?
In Francia, ci sono strutture di ricerca che sono venti volte quelle che abbiamo in Italia.
E in Inghilterra c’è il ROSE? Institute che forse è 30 volte la nostra capacità di ricerca. Anche in Olanda e in Germania c’è una forte tradizione nel settore.
E per quanto riguarda la genetica applicata alla zootecnia?
Lo scenario sta cambiando in modo esponenziale, trainato dagli studi fatti sull’uomo. Mi riferisco alla mappa del genoma umano e di tutto quello che ne consegue. Oggi per sequenziare il genoma di un uomo o di un animale, basta forse una settimana con un costo molto accessibile, dell’ordine di 10.000 euro. Quindi la mole di informazioni che si possono ottenere grazie al progresso delle tecnologie che abbiamo avuto, è veramente incredibile. Ecco perché l’interdisciplinarietà e la capacità di gestire le nuove masse di dati con un approccio bioinformatico e statistico è assolutamente necessario nel nostro campo.
Tenendo presente che probabilmente fra un paio di anni si potrà sequenziare il genoma a un costo di mille euro, questa non è fantascienza, ma un dato di fatto: si potrà facilmente sequenziare il genoma di animali per ricavare informazioni di nostro interesse e per migliorare le produzioni, con prospettive interessanti e un settore in estrema mobilità, certamente meno statico di altri settori di studio più classici dove forse è stato fatto quasi tutto.
Questa prospettiva ci dà una grande forza per andare avanti, nonostante ci troviamo in una strutture del ‘700: bella, ma di tre secoli fa!
Avete avuto benefici concreti grazie al Premio Montana?
Per la parte del gruppo di ricerca statistica abbiamo destinato il riconoscimento economico al rafforzamento del gruppo, investendo su una risorsa, cioè un ricercatore in più. Le figure statistiche che devono collaborare con le professionalità tipiche del settore delle produzioni animali vanno formate ad hoc: la formazione di base dal punto di vista statistico va declinata in funzione delle applicazioni.
Sul lato invece delle produzione animali abbiamo investito sia in materiali da laboratorio, che per noi abitualmente sono abbastanza rilevanti. In più abbiamo anche potuto coinvolgere due persone in più. Per cui possiamo dire di aver ricavato un grande beneficio dalla consistenza economica del Premio. Inoltre c’è da dire che quando si fanno domande per progetti di ricerca viene richiesto esplicitamente dove si spenderanno i soldi, cosa che pone una rigidità estrema, la ricerca non è una cosa che può essere ingabbiata, è in continua evoluzione soprattutto nel nostro campo. Quindi è difficile fare un progetto di ricerca e arrivare alla fine mantenendo in termini burocratici tutto quello che veniva richiesto, anche in termini di spesa. Quindi, il fatto di non avere vincoli di destinazione delle risorse, come avviene col Premio Montana, è estremamente utile.
Dando un valutazione complessiva, cosa si può migliorare?
Riteniamo che Montana abbia fatto molto, credo sia importante la scelta di aumentare la dotazione e di dare un riconoscimento anche ai secondi classificati, come pure quello di specializzare iil riconoscimento in due filoni distinti. Speriamo che questo sia di esempio anche per altre aziende, ma anche per enti pubblici che potrebbero lanciare dei bandi cofinanziati, al limite anche solo per la mobilità dei ricercatori, sul modello dell’Erasmus Mundus.
Per quanto riguarda i canali di informazione, ritenete che quelli utilizzati al momento per far conoscere il bando del Premio siano adeguati?
La fonte primaria sono le università, con i loro uffici ricerca dedicati: per esempio quello dell’Università di Bologna è molto ben organizzato e da lì abbiamo saputo del bando del premio. Ci sono poi dei portali delle Regioni con agenzie dedicate alla promozione e alle informazioni sulla ricerca. Penso che questi siano i canali fondamentali. Poi, considerata la scarsità di risorse, i ricercatori italiani sono specialisti nello scoprire tutte le opportunità!
2ª edizione
maggio 2010
Reggio Emilia, villa Levi
intervista
al dott. Luca Fontanesi,
alla dott.ssa Giovanna Calò
e al dott. Giuliano Galimberti.
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Il dott. Luca Fontanesi, la dott.ssa
Giovanna Calò, il dott. Giuliano
Galimberti, la dott.ssa Michela
Colombo e la dott.ssa Francesca
Beretti: i componenti dei due gruppi
di ricerca vincitori del Premio
Montana edizione 2007/2008.
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Follow up
2007: 1ª EDIZIONE
Intervista alla vincitrice Sara Spilimbergo
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2008: 2ª EDIZIONE.
Intervista ai vincitori Luca Fontanesi e Daniela Giovanna Calò
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2009: 3ª EDIZIONE
La vincitrice Marzia Lazzerini
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